Ad inaugurare la sezione dedicata alle interviste del nostro magazine non può che esserci Alfonso Cantarella, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio Salernitana (Carisal), e tra i promotori del progetto “Social in Lab”.
Cantarella, riconfermato alla guida della Carisal nel maggio 2014, è anche componente del Comitato delle Piccole e Medie Fondazioni dell’ACRI, della Consulta Fondazione con il Sud e della giuria PNI (Premio Nazionale per l’innovazione).

 

Cosa serve oggi per innovare? Quali gli strumenti per attuare il cambiamento?

Per innovare oggi serve la consapevolezza totale del momento in cui stiamo vivendo,  mettendo al centro di tutti gli elementi la persona. Oggi più che mai c’è bisogno di essere consapevoli del momento in cui stiamo vivendo, in quanto, anche in base al trattato di Lisbona, la forbice tra ricchezza e povertà si è allargata. E occorre evidenziare che il nuovo orientamento della comunità europea è proprio all’insegna dell’innovazione. La consapevolezza è importante perché quella forbice che si è allargata indica che la classe media sta scomparendo e dobbiamo prestare attenzione che ciò non avvenga, occorre puntare all’equilibrio sociale che è l’elemento di congiunzione. La classe media deve soddisfare il bisogno del lavoro quindi tutte le politiche devono essere indirizzate all’accrescimento della classe media e a trovare loro il lavoro. Punterei all’equilibrio sociale, tutto deve essere indirizzato a trovare equilibrio, mettendo al centro la persona. Occorrono però degli strumenti e bisogna essere creativinell’accezione più rivoluzionaria del termine per trovare forme e modelli per sostenere questo obiettivo.
Tra gli strumenti oggi esistenti sono da annoverare le start up che vanno a sostenere iniziative intraprese dai giovani. Dopo i primi tre anni mediamente falliscono nel 99% dei casi, non si riscontra continuità imprenditoriale. Inoltre i giovani vivono un’imprenditoria di fallimento che è una spada di Damocle che uccide per come è la legislazione in Italia. Esistono piccole e medie imprese, molte risorse finanziarie, ma perché non si sostengono start up affinché nascano nelle piccole imprese? Gli imprenditori fanno innovazione coi giovani, per dare una garanzia di collocazione lavorativa e per portare innovazione all’impresa. Parliamo di rete, non è solo connessione, ma è un nodo all’interno di una filiera di sistema, non si limita a essere un protocollo di intesa, ma un centro di evoluzione, innovazione, che sostiene, ma senza i nodi non raccoglierebbe.

Cosa rende Social in Lab speciale?

Speciale è il modo in cui nasce. Social in Lab nasce con la spontaneità di un gruppo di professionisti competenti che da varie esperienze di vita si sono messi intorno a un tavolo e si sono chiesti come individuare soluzioni per aiutare la nostra comunità, per dare una speranza ai giovani attraverso soluzioni lavorative. La straordinarietà è l’impegno profuso da ognuno, in maniera gratuita, che ha portato al raggiungimento di un percorso di impegno personale e di vari incontri che hanno reso Social in Lab un laboratorio spontaneo che analizza con obiettività problematiche della nostra società e tende a trovare soluzioni concrete.

 

Quali gli obiettivi che si prefigge Social in Lab?

L’obiettivo di Social in Lab è di voler essere innanzitutto un laboratorio. L’obiettivo di un gruppo di professionisti, dopo il lavoro, è di organizzarsi in un luogo per poter sviluppare idee, imprenditorialità e trasferire la possibilità per i giovani di poter esercitare attività socio-sanitarie, socio-assistenziali, e dal concetto di prevenzione si potrebbero creare molti posti di lavoro socialmente utili. Gli altri obiettivi che Social in Lab si pone vanno dal monitorare gli sviluppi delle imprese sociali attraverso un osservatorio, insieme alla Camera di Commercio di Salerno, alla creazione di un percorso culturale per sensibilizzare l’opinione pubblica e per portare benessere alla comunità, ed ancora costruire un percorso finanziario ed alimentare progetti di giovani che vogliono lavorare per la comunità. Ma l’obiettivo primario resta sempre raggiungere quell’equilibrio sociale.

                    

Cosa è stato fatto? Quali iniziative sono state messe in campo nel concreto?

Social in Lab è un progetto iniziato nel Maggio 2013, insieme a 25 giovani professionisti, con competenze diverse ma complementari, riuniti attorno ad un tavolo, ci siamo spogliati del nostro sapere e abbiamo iniziato un percorso di apprendimento attraverso l’incontro con testimonianze dirette provenienti dal mondo sociale e dal volontariato. Convegni a Strasburgo, dichiarazioni di intenti, viaggi, tra cui la visita al centro sociale di New York, incontri seminariali con testimonianze di rilievo come quelle offerte da Alessandro Mele del progetto Cometa, Luciano Balbo di “Oltre Venture”, fondo filantropico, l’arcivescovo Moretti che ha riscontrato l’importanza di mettere le persone al centro. Siamo diventati studenti, ci siamo soffermati ad apprendere ed uno degli obiettivi primari è alimentare la nostra mente. Quindi, prima l’immaginazione, poi l’idea di mettere su concretamente questo laboratorio, Social in Lab, e non è che l’inizio. Le fondazioni bancarie d’altronde svolgono il compito di sostenere attraverso l’educazione scolastica, l’arte, la cultura, l’educazione sportiva, attività che rientrano nella loro mission, e non erogano semplicemente il pagamento della tassa integrazione ma devono dare quel sufficiente benessere per portare avanti il proprio benessere e la propria vita.

 

Qual è il modello a cui Social in Lab si ispira e quale il modello a cui aspira?

Porterei al centro la persona, la sua vita, dignità rispetto tutti quegli elementi, da dare soddisfazione della propria esistenza. Noi non individuiamo un modello specifico ma prestiamo attenzione ai bisogni delle persone. Ci impegniamo a costruire, a guadagnare per poter sostenere, dopo queste due fasi è importante trasferire quello che si è raccolto. Ci deve essere consapevolezza di affrontare la vita ricorrendo a dei valori che contribuiscono a poter donare quanto si è prodotto per se stessi.

 

Innovazione, persone, territori, istituzioni e privati. Quanto la sinergia tra questi soggetti è importante per affrontare le attuali problematiche e per creare sviluppo e crescita?


Mettere al centro la persona e lavorare per gli altri, non solo per se stessi. Avere la sensibilità di andare al di là delle proprie ambizioni e si deve capire che chi ricopre un ruolo nelle istituzioni deve essere molto attento alla comunità. É importante il senso della comunità e passa attraverso la capacità di donare. Non a caso il dono dell’innovazione. Noi nasciamo con l’innovazione nella nostra mente, è apprendimento continuo, è crescita personale. L’innovazione non è una moda, noi stessi siamo innovazione. Dalla crisi finanziaria del 2008 abbiamo appreso che la finanza crea squilibri ma serve per poterci sostenere e avere una vita dignitosa. E ci accorgiamo che questa finanza non la utilizziamo in modo corretto.

 Guardare all’innovazione, al futuro, quindi anche ai giovani che sono il futuro?

Siamo responsabili per quello che creiamo non per noi stessi, ma per i nostri figli.

Giovanna Di Troia

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