Il dono può essere considerato una primitiva forma di economia, uno scambio legato alla socialità e alla vita, che crea e rafforza le relazioni e i legami umani.

Già nel lontano 1923, l’antropologo francese Marcel Mauss, nel celebre “Saggio sul dono” in cui indagava la socialità del dono nelle società arcaiche e primitive, affermava: “Occorre una maggior cura dell’individuo, della sua vita, della sua salute, della sua educazione -cosa utile, del resto- della sua famiglia e dell’avvenire di quest’ultima. Occorre più buona fede, più sensibilità, più generosità nei contratti di lavoro, nelle locazioni di immobili, nella vendita di generi necessari. E bisognerà trovare il mezzo per limitare i frutti della speculazione e dell’usura. È necessario però che l’individuo lavori. Occorre che egli sia costretto a contare su se stesso piuttosto che sugli altri.”

E similmente in questi anni caratterizzati dall’emergere di nuovi bisogni sociali, dalla riduzione dei finanziamenti pubblici per il sociale, dall’allargamento del divario tra ricchezza e povertà, occorre intraprendere nuove rotte, virando diritto verso l’innovazione, portando ad una realtà composita che coinvolga e mescoli profit e no profit, pubblico e privato con lo scopo di creare profitti ma da riversare nella comunità. Il meccanismo che si deve venire a creare nella nostra società è proprio la logica del dono, come recita anche l’Enciclica “Caritas in veritate” di papa Benedetto XVI:

“La vita economica ha senz’altro bisogno del contratto, per regolare i rapporti di scambio tra valori equivalenti. Ma ha altresì bisogno di leggi giuste e di forme di ridistribuzione guidate dalla politica, e inoltre di opere che rechino impresso lo spirito del dono. L’economia globalizzata sembra privilegiare la prima logica, quella dello scambio contrattuale, ma direttamente o indirettamente dimostra di aver bisogno anche delle altre due, la logica politica e la logica del dono senza contropartita.”

E oggi più che mai il dono di cui la società tutta ha più bisogno è proprio l’innovazione. Occorre uscire da quella che è divenuta ormai una costante emergenza, ed è proprio nelle condizioni avverse che bisogna rinnovarsi e ripartire, lasciando spazio al nuovo che avanza. Occorre intraprendere un nuovo paradigma, imboccando una strada che introduca un nuovo modello nel sistema capitalistico, inaugurando una nuova fase che si focalizzi sull’impresa sociale, sulla misurazione dell’impatto sociale, sulla finanza sociale, sulla filantropia e che tenga in considerazione i nuovi bisogni delle persone e il loro benessere. Occorre dunque ridisegnare il sistema economico e finanziario, e porre l’innovazione a supporto delle persone. Grazie all’utilizzo di innumerevoli tecnologie innovative, ad esempio, si può migliorare la vita di molte persone, diminuire malattie croniche, livelli di invalidità, malattie infantili, ecc. Allora perché non puntare ad incubatori, start up, co-working in modo da alimentare questo paradigma?

Muovere gli oggetti col pensiero, spostare una sedia a rotelle intelligente che segue i pensieri della persona disabile, o meglio in base alle onde cerebrali, comandare con lo sguardo o con la voce gli oggetti della casa connessi in rete, robot per aiutare a recuperare le funzionalità delle gambe nei bambini con difficoltà motorie. Non sono scenari futuribili alla Blade Runner o alla Minority Report ma pienamente fattibili.

Social in Lab, l’innovativo progetto della Fondazione Carisal, si pone proprio in tale direzione, mirando ad aumentare il tasso di occupazione, assicurare la massima autonomia possibile alle persone con disabilità o malattie gravi, migliorare il benessere delle fasce deboli, valorizzare il territorio.

Occorre dunque dare il massimo, continuare a sperimentare, ad apprendere, per vincere non solo la singola battaglia, ma l’intera guerra, Frank Capra docet: “I dilettanti giocano per divertirsi quando fa bel tempo. I professionisti giocano per vincere in mezzo alla tempesta”. E sempre Frank Capra in un classico della cinematografia come “La vita è meravigliosa” film del 1946, tratto dal racconto di Philip van Doren Stern “The Greatest Gift”, ci ricorda l’importanza delle relazioni, anche quelle che sembrano più banali, nel corso di quello che è il dono della vita. Il giovane protagonista che gestisce la cooperativa di risparmio fondata dal padre e che dedicherà il suo tempo al servizio degli altri, in preda allo sconforto, viene catapultato in una realtà parallela e vede come sarebbe il mondo se non fosse mai nato: “Strano vero? La vita di un uomo è legata a tante altre vite. E quando quest’uomo non esiste, lascia un vuoto.” Questo breve intramezzo filmico vuole sottolineare l’importanza della socialità e di acquisire una mentalità relazionale che punti alla costruzione di veri e propri network, solo così si apriranno nuove prospettive e soluzioni.

Costruire ponti per creare reti, interconnessioni perché la forza sta nel mettere a sistema e riuscire a costruire qualcosa di solido insieme, d’altronde la forza dell’oceano è nell’essere costituito da un’infinità di gocce d’acqua che da sole altrimenti sarebbero perdute, quasi insignificanti, perché come ci insegna Gandhi:“Una goccia strappata all’oceano perisce inutilmente. se rimane parte dell’oceano, ne condivide la gloria di sorreggere una flotta di poderose navi”.
É giunto dunque il momento di un cambiamento necessario, di navi, vascelli e barche che insieme proseguano la rotta del dono dell’innovazione.
E Social in Lab prendendo il timone, vira diritto senza remore verso questa rotta, pronto a solcare nuovi mari e oceani, e ad immergersi in nuove sfide ed avventure.

Giovanna Di Troia

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